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Che cosa è fotografia, in una fotografia?



Fonte : smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it

Lasciando un attimo da parte tutte le polemiche recenti su questa o su quella manipolazione, su questo o su quell'uso di Photoshop, c'è una domanda che vorrei fare da tanto tempo a tutti gli amici fotografi e non; forse è giunto il momento di farla.

Vi avviso che questo post è lungo, meditabondo e magari un po' ripetitivo, per chiarire bene i concetti: per spiegarsi serve tempo. Riservatelo, se volete, per l'ora del divano.

Vorrei fare quella domanda agli amici fotografi che nelle discussioni sull'etica del fotoreportage sostengono le tesi "la fotografia è un'interpretazione soggettiva della realtà", "la fotografia ha sempre manipolato la realtà", "la fotografia ha sempre mentito" e simili.

Tesi sostenibilissime, peraltro. Le ho spesso e volentieri sostenute anche io. Ci ho scritto un libro e decine di articoli. Difficile sarebbe in effetti sostenere il contrario, ovvero che la fotografia sia "la verità", che sia la copia perfetta della realtà, che sia una riproduzione meccanica e fedele della realtà. Ideologie "realiste" di questo genere sono via via cadute dalla cultura dell'immagine, per fortuna, anche se non completamente.

Ma questi amici non le sostengono per raccomandare la necessaria prudenza e l'uso dello spirito critico quando si guarda una foto, bensì proprio per il contrario: per rivendicare una legittimità etica a ogni e qualsiasi manipolazione sul corpo della fotografia, anche a quelle che si nascondono al lettore dietro il linguaggio della verosimiglianza.

E questo purtroppo è come dire "l'uomo è ladro per natura, rubare una mela o assaltare un portavalori è la stessa cosa, perché rubare è inevitabile: infatti a volte rubo anche io e non mi faccio problemi". Ma non è su questo che volevo fare la mia domanda.

Quelle affermazioni nascondono in realtà una premessa, che vorrei rendere esplicita, ed è questa: "La fotografia, ogni fotografia, di qualsiasi genere, fatta per qualsiasi uso e funzione, deve corrispondere unicamente alla visione del fotografo. Qualsiasi intervento serva per far corrispondere l'immagine uscita dalla fotocamera a quella che ho in mente è giustificabile, e non devo renderne conto a nessuno".

Allora, la mia domanda è questa. Se davvero pensate che la fotografia sia un modo di produzione delle immagini interamente "plastico", ossia completamente plasmabile a discrezione del fotografo; se davvero pensate che ogni dettaglio dell'immagine che la vostra fotocamera ha raccolto per voi possa essere nuovamante impastato, corretto, modificato, soppresso, sostituito per far corrispondere il risultato all'immagine ideale che era nella vostra mente prima dello scatto o che vi è venuta in mende dopo; se davvero la cattura fotografica, per voi, è solo una materia prima molto grezza che va poi integralmente raffinata, duttile come creta nelle mani del plasmatore, una specie di campionatura primaria (come quella su cui si basano i cartoon della Pixar, per capirci) che serve per dare verosimiglianza a immagini create a tavolino; se pensate tutte queste cose, perché allora avete scelto il mezzo che ve le rende mostruosamente più difficili? Perché avete scelto come vostro medium espressivo l'imprevedibile, ribelle, recalcitrante fotografia e non strumenti più mansueti e docili ai vostri voleri come la pittura o il disegno?

Voglio dire, se il vostro desiderio è di affermarvi come i padroni incontestati dell'immagine che produrrete, di essere i sovrani assoluti della sua forma e del suo contenuto e del suo significato, quelle che servono meglio al vostro scopo sono le arti tradizionali dell'immagine manuale, intendo l'immagine pittografica in tutte le sue declinazioni, compresa quella digitale, si capisce.

Chi ve lo fa fare, insisto, di utilizzare un medium che vi restituisce immagini che tanto spesso giudicate imperfette, deficitarie, insoddisfacenti, poco efficaci, deboli, non corrispondenti alla vostra visione, tant'è che costantemente le rilavorate a fondo? Immagini contro le quali dovete ingaggiare spesso un corpo a corpo faticoso, che tante volte lascia malconci sia voi che il prodotto finale?

Chi vi obbliga a misurarvi proprio con il procedimento iconogenico che possiede il più forte inconscio tecnologico, che manifesta una sua volontà resistente, ribelle, che riempie le vostre immagini di particolari non voluti, non previsti, insubordinati, che dovrete faticare per correggere o eliminare?

Non sarà, voglio essere maligno, che fotografate solo perché non sapete dipingere o disegnare, con le matite o con i pixel?

O magari avete scelto la fotografia solo perché non si fa carriera con i gouache, perché il National Geographic non pubblica acquerelli? Perché i premi di pittura sono cose da bocciofila, e non hanno ancora inventato il World Press Painting o il Sony Watercolor Award?

So che quello che sto per dire è ideologicamente molto "modernista", ma in fondo modernista non è una bestemmia. Ecco qui: io penso, come Rosalind Krauss per esempio, che ogni medium abbia una sua specificità, nel senso che ha cose che sa fare meglio e cose che invece non potete costringerlo a fare senza violentarne la predisposizione, per non dire la vocazione. Senza trasformarlo di fatto in un altro medium.

La fotografia ha soprattutto una cosa che sa fare solo lei. La fotografia, premetto, è rischioso e sbagliato definirla in assoluto, perché è un fascio enorme di pratiche diverse, di usi e funzioni sociali diversi. Ma se proprio vogliamo ridurla a un minimissimo comun denominatore, potrebbe essere sostanzialmente questo: la fotografia raccoglie  tecnicamente quel che mette in forma (mentre tutti gli altri procedimenti di fabbricazione di immagini visualizzano nella mente quel che poi mettono in forma). Le due cose, prelievo e formatività, in fotografia vanno assieme, anzi sono la stessa cosa: rompere la loro simbiosi per isolare la seconda e farla prevalere sulla prima equivale a distruggere quel che di fotografia c'è nella fotografia.

La fotografia, dunque (se e fino a quando è fotografia), cattura, attraverso un apparato ottico e una superficie sensibile, l'apparenza luminosa di una porzione di mondo fisico, preventivamente circoscritta da un'inquadratura (che è lo strumento espressivo sovrano della fotografia), e lo fa simultaneamente (cioè registrando le forme tutte d'un colpo, non a pennellate successive) in un arco di tempo definito, solitamente molto breve. Questa cattura viene restituita dall'apparato tecnico, alla fine delle operazioni che gli sono proprie, sotto forma di un'immagine bidimensionale nella quale siamo in grado di riconoscere gli oggetti che erano davanti alla fotocamera.

La fotocamera risponde a un preciso ordine del fotografo: vai e prendi quello che ho inquadrato. La fotografia, è stato detto autorevolmente, è un'immagine-atto; ed è essenzialmente questo atto, quel gesto momentaneo e imperioso di selezione e designazione del visibile, questa decisione di agire e di generare un'immagine in un dato momento, impartendo disposizioni adatte a un meccanismo predisposto per eseguirle.

Quell'ordine è soggetto a ineliminabili vincoli tecnici (che cambiano con l'evoluzione tecnologica) e in una certa misura è modulabile secondo la volontà del fotografo. Il quale dunque dice alla fotocamera: vai e prendi quello che ho inquadrato, ma fallo con questi tempi di posa, questa apertura di diaframma, questa profondità di campo.

Queste istruzioni, che fanno parte del procedimento fotografico, e senza le quali la fotografia non può esistere, consentono al fotografo di richiedere alla fotocamera una cattura che abbia una forma quanto più possibile vicina all'immagine che il fotografo aveva visto nel mirino, o almeno aveva desiderato ottenere.

Ma quando le date il via, le mollate il guinzaglio, come un cane da riporto lei va nel recinto dell'inquadratura che le avete imposto e raccoglie quel che ci trova. Anche quello che non avevate visto. Sì, proprio così, si comporta come un cane da caccia fedele e ben addestrato: capisce cosa volete, corre al vostro fischio e vi riporta il fagiano. Ma ve lo riporta a volte un po' mordicchiato, sporco di terriccio, mancante di un'ala, e spesso vi riporta una lepre che era lì per caso.

Bene, chi ama la caccia col cane da riporto carezzerà comunque sulla testa il fido amico, per ringraziarlo del lavoro, poi vedrà se la mordicchiatura ha compromesso la commestibilità del fagiano, se lasciarlo lì o portarselo a casa per cucinarlo e servirlo a tavola. E se non è proprio un fagiano la preda che pensava di avere impallinato, ma una lepre, bene, o la cucinerà come lepre o la butterà nella pattumiera. Si sentirebbe assai ridicolo, io credo, se provasse a camuffare la lepre da fagiano con colla e piume artificiali.


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