foto in Home Page : © Jacques Henri Lartigue - Le ZYX 24 s’envole. Rouzat, 1910

Ho bisogno di stare da solo, devo ascoltare il luogo


Fonte : www.themammothreflex.com

Tratto dall'intervista al fotografo e regista Wim Wenders, a cura del critico fotografico Francesco Zanot, presente nel libro "Wim Wenders. America"

L’immagine fissa tende a evocare la dimensione temporale dell’eterno. Il cinema invece implica sempre una fine o una qualche forma di completamento, perché è anzitutto una narrazione, almeno per la maggior parte del tempo, e in fondo la caratteristica principale di una storia è avere un inizio e tendere verso una conclusione. È altrettanto vero che guardare una fotografia lascia l’osservatore libero di immaginare ciò che è accaduto prima e dopo lo scatto o, al contrario, di rifiutare una simile idea di passato e futuro e prendere il singolo momento fissato nella foto, come fosse una “capsula del tempo”. [...] Forse c’è un minore controllo sulla reazione dello spettatore, comunque tutta la questione del “controllo” (o meglio della “responsabilità”) che la fotografia comporta – in contrasto col cinema – mi sembra molto discutibile. [...] Qual è davvero il concetto di tempo evocato dall’immagine fotografica? E non parlerei della fotografia in generale, ma del mio stesso lavoro, così il discorso diventa molto più specifico… In quale contesto temporale mi pone l’atto del fotografare? Come fotografo, di solito guardo un luogo, sia esso una strada, una casa, un paesaggio o qualsiasi altra cosa. Il più delle volte non ci sono persone nell’inquadratura e se ci sono, spesso aspetto fino a quando se ne sono andate. Se decido di includerle, sono figure piccole, distanti, “fuse nel paesaggio”. Ma la cosa principale è il luogo in sé. Nel mio libro il luogo è un personaggio, e come tale anche un narratore. Questo luogo ha una Storia che racconta altre storie. Queste storie sono visibili, sono trascritte per essere viste o ascoltate. Queste storie si rivelano sia nei dettagli sia nell’aspetto complessivo del luogo. Occorre solo essere disposti a lasciare che il luogo ci faccia conoscere le sue storie. La fotografia colloca il luogo “al di fuori del tempo” [...] ma permette anche di studiare la sua “attualità” con maggiore precisione. L’atto del fotografare innalza il luogo e le sue storie in un’eternità, in cui la sua stessa condizione temporale può essere ingrandita, studiata e testimoniata “per sempre”. Così l’immagine fotografica fa entrambe le cose: disvela l’eternità e al tempo stesso la rende obsoleta, ce la mostra solo per farla sparire subito dopo. [...] È proprio questa contraddizione immanente in ogni foto che rende l’atto del fotografare così attraente ai miei occhi, così unico e “sacro” – è difficile trovare altre parole. In ognuna di queste immagini avvertiamo la natura del tempo, l’essenza della mortalità e dell’immortalità. Il cinema è diverso, nel senso che il film impone il proprio tempo. Ogni film è un’architettura nel tempo, ed è dotato di regole proprie. Il lavoro filmico impone un controllo mentre la fotografia libera dal controllo. [...]

Andare in giro per scattare delle foto implica lunghe ore alla guida. È da tanto ormai che tengo le mie due professioni nettamente separate. Quando devo girare un film, non porto mai le macchine fotografiche con me; allo stesso modo, quando voglio fare delle foto, non penso minimamente a un film. Quando faccio il regista viaggio in compagnia, come fotografo invece ho bisogno di viaggiare da solo. L’unica persona con cui riesco ad aver a che fare è mia moglie Donata, sia perché facciamo sempre tutto insieme, sia perché lei è una fotografa che segue vie molto diverse. Le sue immagini sono solo in bianco e nero e il suo lavoro è molto più guidato dall’interesse per la gente. Abbiamo fatto vari viaggi insieme; di solito quando siamo nella stessa città, ci separiamo al mattino e ognuno va per la sua strada, poi ci si incontra di nuovo la sera. Poiché lavoriamo tutti e due in pellicola, di solito vediamo i nostri provini a contatto solo a distanza di settimane, e pur essendo nella stessa città rimaniamo entrambi stupefatti da ciò che l’altro ha visto, in quali luoghi – o persone – si è imbattuto. Guardiamo i provini insieme e ci aiutiamo a vicenda nella scelta. Ma sto divagando… [...]

Nel cinema, il narratore sono io. Sono io ad avere in mente personaggi, biografie, storie. Le “location”, pur essendo della massima importanza per me, che voglio sempre trattarle come “personaggi” veri e propri, passano necessariamente in secondo piano. Quando fotografo invece, arrivo con la mente sgombra, “vuota”, ma niente affatto poco interessata alla “storia”. Solo che in questo caso non racconto, piuttosto sono pronto ad ascoltare. Questi luoghi da cui sono attratto (ed è esattamente questa la ragione del loro fascino) hanno un sacco di cose da dire. In effetti, spesso iniziano con Once upone a time, “c’era una volta”, solo che non sono io a comporre il racconto, ma loro stessi. E ciò che sono pronto ad ascoltare è fondamentalmente la storia del loro incontro con noi, con gli individui, con la razza umana. Anche se fotografo rigorosamente luoghi, alla fine, il mio interesse è rivolto all’umanità. Voglio sapere quello che il pianeta può dire su di noi che lo abitiamo, che ne facciamo uso e abuso. Lasciamo tracce ovunque, e sono queste tracce che cerco di testimoniare con le mie fotografie. [...]

L’approccio e tutta la mia “tecnica” sono empirici e dettati da ciò che ricevo dal luogo. Cerco di essere il più ricettivo possibile. Ecco perché non posso avere nessuno accanto o dietro di me. Devo ascoltare il luogo. Qualsiasi conversazione con qualcuno che mi stesse vicino metterebbe fine a quel dialogo. Ho bisogno di stare da solo. [...]

Quando sono stato nel West americano per la prima volta, non riuscivo a credere che fosse stato abbandonato in maniera così profonda e definitiva – gli americani direbbero for good (per sempre). Allo stesso tempo sono rimasto molto colpito dal modo in cui questo paesaggio così aspro e forte avesse resistito a ogni tentativo di domarlo, tanto che alla fine la gente ci ha rinunciato ed è andata via. Per questo ho fotografato il cartello con la scritta sbiadita “Western World Development Tract”. Un’intera storia era racchiusa in queste quattro parole: grandi progetti concepiti per sviluppare una città intera. (C’erano anche tracce di strade già pianificate. Una striscia di asfalto in mezzo al nulla e un cartello con la scritta “Avenue Z”. Probabilmente esistevano anche le altre 25 lettere.) Dopo di che il deserto aveva messo in chiaro che non aveva alcuna intenzione di arrendersi o retrocedere. Così i promotori immobiliari e gli investitori persero tutti i loro soldi e non trovarono nessuno che fosse così ingenuo da credere alle loro promesse… [...]

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